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COME COMBATTONO?

di Claudio Saba - Luglio 2006

In una tecnica come lo spinning in mare, in cui le prede sono spesso di taglia elevata, la fase più bella ed entusiasmante è certamente quella che segue lo strike. Naturalmente le emozioni e le difficoltà del combattimento variano notevolmente in relazione alla specie, vediamo quindi come si comportano i predatori nostrani quando rimangono allamati alle esche finte.

L'emozione del combattimento con una bella preda che cerca di riguadagnare la libertà è certamente la molla principale che spinge molti pescatori sportivi a mettere in acqua le proprie esche e, nello specifico, i lanciatori di artificiali a battere spiagge, moli e scogliere. Anche i bambini sanno però che non tutte le specie combattono nello stesso modo e con la stessa vitalità, vi sono indubbiamente pesci che danno più soddisfazione rispetto ad altri meno gagliardi ed esuberanti. Ma prima di iniziare a passare in rassegna i predatori nostrani consentitemi due righe di precisazione. Per tutti i pesci la reazione all'allamata è strettamente dipendente dall'attrezzatura usata, pescare con l'artiglieria pesante significa mortificare la reazione di prede altrimenti combattive, mentre strumenti ultra leggeri possono rendere battagliere le specie più remissive; in questo articolo mi riferirò evidentemente a situazioni di pesca con attrezzatura tipiche dello spinning mediterraneo ed equilibrate rispetto alle situazioni ed alle prede nostrane. La reazione può variare inoltre a seconda di situazioni particolari, delle condizioni del mare, dell'ambiente, dalla temperatura dell'acqua, del modo in cui il pesce è allamato e da altre sconosciute motivazioni. Detto questo e fermo restando che vi possono essere all'interno della stessa specie differenze individuali spesso sensibili, almeno a grandi linee le modalità di difesa da parte dei vari predatori sono abbastanza caratteristiche e distintive. Cominciamo dunque da quella più importante a ancora più ricercata dei nostri mari, vale a dire la spigola, predatore che ha tutte le caratteristiche ideali per la nostra disciplina ad eccezione, appunto, della combattività. Immaginate che meraviglia se madre natura le avesse fornito anche grinta e resistenza in dosi massicce. E invece, ad un attacco sempre piuttosto violento che blocca in maniera decisa il nostro recupero non segue purtroppo una reazione altrettanto vivace. La difesa del serranide una volta allamato è infatti piuttosto scarsa, una o due fughe verso il basso, talvolta qualche testata, e quando viene a galla il combattimento può considerarsi praticamente concluso. Solo i grossi esemplari, con attrezzature relativamente leggere, possono mettere in difficoltà il pescatore sfruttando magari la risacca, non aspettatevi comunque fughe troppo lunghe, preferisce sicuramente una difesa passiva aiutandosi con la corrente. Combattività limitata mostra anche l'altro importante predatore del mare nostrum, il barracuda, il quale, pur essendo veloce e aggressivo, non sfoggia grandi doti di combattente una volta che si trova le ancorette tra i denti. Nel caso dello sfirenide, però, si può riscontrare una notevole differenza di reazione tra esemplari della stessa taglia e in condizioni apparentemente simili. E' probabilmente la specie che mostra più accentuate queste differenze individuali, non sempre facilmente spiegabili. Sicuramente la difesa del barracuda risulta più prolungata e vivace quando l'attacco all'esca avviene ad una certa distanza da riva mentre se viene allamato nella fase conclusiva del recupero la sua reazione si limita spesso a violente testate per liberarsi dell'esca e a qualche eventuale capriola. Secondo alcuni colleghi, e credo di poter confermare la loro ipotesi, la reazione risulterebbe più vigorosa anche quando le ancorette sono penetrate in un tessuto molle, e quindi più innervato, della bocca. In altre parole, il nostro amico dai denti aguzzi si deciderebbe a combattere in modo dignitoso solo se sente dolore alla mascella. Ricapitolando, nella maggior parte dei casi il barracuda non è particolarmente divertente da tirar su, più o meno siamo ai livelli della spigola, talvolta anche meno, mi è capitato di tirar su esemplari sui quattro chili che non avevano opposto praticamente alcuna resistenza; se però per qualche motivo lo troviamo incavolato e grintoso è capace di offrire una resistenza onorevole con qualche fuga di tutto rispetto, vigorose capocciate e capriole. Capita anche, più raramente, l'esemplare che si crede un marlin e si produce in funambolici salti fuori dall'acqua dopo la ferrata, ma per questo bisogna essere più fortunati. Nel migliore dei casi, comunque, il barracuda nostrano non salirà mai sul podio dei pesci più combattivi né competere con altri pelagici più battaglieri. Di tutt'altro tenore la difesa di un altro grande predatore della scogliera, il dentice, che purtroppo non viene insidiato in modo specifico per la sua rarità sottocosta e che per lo più possiamo trovare dall'altra parte della lenza durante battute rivolte ad altre specie, normalmente al barracuda. La differenza con questo è però subito evidente e non c'è alcuna possibilità di confonderlo una volta allamato; il dentice, infatti, non perde tempo in testate e sciocchezze varie ma parte subito verso il largo puntando in profondità, senza incertezze, con una prima fuga potente e incontrollabile (se di una certa taglia, è chiaro). Naturalmente cerca subito il fondo, se trova una tana o un rifugio adeguato il combattimento può considerarsi concluso a suo favore; difficilissimo toglierlo da lì, soprattutto senza disintegrare la lenza, sono una volta sono riuscito a convincerne uno ad uscire aprendo l'archetto del mulinello e lasciando libera la lenza per qualche minuto. Qualcuno utilizza questo sistema subito dopo la ferrata, in ambienti difficili, per evitare che il pesce si intani lasciandolo libero di nuotare verso il largo, ma non garantisco che funzioni sempre e ci vuole tra l'altro un bel po' di sangue freddo. Se non ci sono ripari adeguati il nostro predone, stanco dalla prima fuga, si punta sulle rocce del fondo offrendo una fortissima resistenza passiva; l'impressione è quella di aver arroccato ma si sentono distintamente le musate del dentice che cerca di liberarsi dell'artificiale. Con un po' di fortuna lo si schioda dal fondo e si ricomincia la battaglia sempre incerta fino all'ultimo per via della possibilità che una disperata fuga verso il fondo porti la lenza a contatto con gli scogli. Avrete capito che si tratta di un pesce difficilissimo da portare a riva, e se qualche amico trainista vi dice che il dentice è poco combattivo lasciatelo perdere. A traina la situazione è completamente differente, ma non entro nel dettaglio e passo al successivo cliente, un altro predatore che insidiamo prevalentemente dalle scogliere ma questa volta di superficie, la lampuga. E qui cominciamo con i pesci davvero spettacolari e divertenti, perché un pesce che fa di tutto per farsi vedere durante il combattimento, con salti spettacolari e acrobazie di vario tipo, rende ancora più emozionante questa fase. L'aspetto visivo, come sempre, è fondamentale e in questo caso è amplificato dal fatto che la lampuga si cattura generalmente con mare calmo e trasparente. Ma questo coloratissimo predatore non si limita a saltare, è infatti veloce e potente e si produce in una serie di fughe notevoli se non è riuscito a svincolarsi dagli ami con le sue piroette. Peccato che gli esemplari che incontriamo sotto costa difficilmente raggiungano taglie elevate, ma già quelli di due o tre chili tirano come matti. La loro incredibile vitalità non si esaurisce una volta salpati, perché continuano a saltare a ad agitarsi anche fuori dall'acqua rendendo difficile e pericolosa l'operazione di slamatura. Simile alla lampuga per vivacità, potenza e abitudine di saltare fuori dall'acqua è il pesce serra, altro straordinario combattente che non risparmia un briciolo di energia nella sua difesa e mette in atto qualsiasi sistema per slamarsi da solo. Talvolta salta subito dopo la ferrata, altre volte, soprattutto se è grande, tira subito verso il fondo con energia e magari decide di saltare dopo la prima fuga oppure alla fine del combattimento, quando è quasi a riva. Frequentissima la slamatura che può avvenire in qualunque momento del recupero, subito dopo l'allamata se le ancorette non sono penetrate nel duro palato del serra, più tardi se il pesce è allamato nelle parti molli della bocca che si lacerano facilmente durante la sua violenta reazione. Più lungo è il recupero, maggiori sono quindi i rischi che si liberi delle ancorette. Avversario fantastico, instancabile, furbo e imprevedibile; il combattimento con un pesce serra non può ritenersi concluso fino a quando non è all'asciutto, spesso è proprio l'ultimo disperato salto sotto i nostri piedi a ridargli la libertà.

 

Concludiamo la nostra sfilata con i due più poderosi predoni delle nostre acque costiere, la leccia e la ricciola, quest'ultima purtroppo catturabile con buone probabilità a spinning solo in fase giovanile. Già esemplari di meno di un chilo mostrano tutta la vitalità e forza tipiche della specie, dando l'impressione al pescatore, almeno inizialmente, di aver allamato qualcosa di molto più grosso. Chi ha avuto la fortuna di ingannare ricciole di qualche chilo ha potuto confermare che si tratta certamente della specie in assoluto più combattiva e difficile tra quelle insidiabili a spinning. Non solo è dotata di potenza e resistenza non riscontrabili in nessun altro predatore, ma ha anche la caratteristica di cercare subito le rocce del fondo rendendo particolarmente arduo il recupero. Con esemplari ancora più grandi, che cedono all'inganno degli artificiali in casi eccezionali, le possibilità di portate a buon fine il combattimento sono per gli spinner praticamente nulle a meno di non attrezzarsi con strumenti oversize, cosa che non avviene praticamente mai considerata la rarità di una eventuale allamata. Diverso il discorso per la leccia, che non solo adora le esche di superficie (e talvolta non solo quelle) anche da grande, ma ha pure la buona abitudine di combattere prevalentemente in superficie rendendo quindi più facile la vita al pescatore. Questo non significa che sia un pesce poco battagliero, tutt'altro. Pur non avendo la potenza della ricciola, la leccia è comunque un signor combattente, capace di fughe veloci e lunghissime che alterna a momenti di riposo in cui riprende le energie e si mette di traverso opponendo una notevole difesa passiva. Durante le pause spesso sferra vigorose testate o si produce in capriole in superficie nel tentativo di liberarsi dell'esca. Non è la reazione rabbiosa del serra o della lampuga, la difesa della leccia è potenza pura senza scatti o guizzi improvvisi, è un motore diesel, spesso tra l'altro la primissima reazione è relativamente tranquilla dando la sensazione di un pesce più piccolo. Ma è questione di pochi istanti perché poi sprigiona tutta la sua potenza opponendo resistenza finché ha energie, e quando giunge a portata di raffio è esausta. Per questo motivo, se vogliamo restituirla al suo mare, occorre forzare il combattimento in modo da portarla a terra ancora vitale.